Inquilini dell’arte
 
     

Quando si fa visita ad una mostra d’arte, ci si può avvicinare con due stati d’animo: decidere di immergersi nella lettura delle opere restando in ascolto di una parte di noi che da qualche parte aspetta di essere trovata. Oppure mettersi in disparte e travalicare con un atto generoso l’universo più nascosto del personale, scegliendo di dare la parola solo alla narrazione dell’artista. Nel caso di Mosè La Cava c’è un invito ulteriore che parte dalle opere, un richiamo magnetico che per qualche strana legge sa tracciare nuovi contorni entro i quali esercitare l’esperienza della percezione. Ci si accorge che ogni registro cognitivo a cui è d’uso far riferimento viene sfidato e messo a dura prova dall’astrazione formale e dalla voluta freddezza delle rappresentazioni. Acido e classico si sciolgono in un’unità stilistica e di contenuto che la tecnica e il colore articolano e ricompongono in un dinamico equilibrio espressivo. Reminiscenze e avanguardie si rincorrono in un gioco di irriverenti corrispondenze dando identità ad un’ansia creativa che percorre la codificazione del mito ma che al tempo stesso mostra di saper destrutturare ogni codice originario, praticare un linguaggio composto dalla scioltezza del disicanto e dal rigore della memoria. La narrazione allora procede per ossimori e incessanti contrapposizioni, livelli sconnessi e succedanei, in un labirinto di appropriazioni e rimandi lucidamente accostati. La dualità che fa delle opere di La Cava un originale racconto per ciascun inquilino della mostra si disvela nella sofisticata compenetrazione di eleganza e sovversione, liquidità formale e utilizzo geometrico del contrappunto, fisicità scultorea e dissolvimento delle forme nell’irreale, assoluto, sconfinato edificio cromatico che riscrive la scenografia del mito. A mitigare l’irruenza della luce che costringe le opere in strettissimi piani sequenza, c’è la dolcezza del rimpianto e l’attesa del ritorno. Che aspetta al di là dei soggetti rappresentati e dei contorni della percezione visiva di essere colta e riconosciuta, in quella parte nascosta in ciascuno di noi che non può restare assopita al richiamo dell’arte di Mosè.

Daniela Corfiati
giornalista